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Celebriamo l'amore senza confini

Quando guardo il mio corpo lo vedo come un Picasso: non è facile da guardare, da comprendere, amare ma rimane un Picasso. Chi sa osservarlo, comprenderlo, amarlo, lo amerà perché unico, come unico è un Picasso.

Sono Maximiliano Ulivieri, nato nel 1970 in una giornata di primavera del 21 di marzo in quel di Campiglia Marittima, provincia di Livorno. Cosa faccio nella vita? Ho iniziato come grafico pubblicitario, poi web designer e dopo qualche anno ho iniziato a lavorare nel turismo accessibile. Nel 2009 ho creato il portale diversamenteagibile.it che raccoglie le esperienze di viaggio di persone disabili in forma di reportage scritti, fotografati e filmati, contenenti informazioni utili sull’accessibilità di luoghi e strutture. Una specie di Turisti Per Caso per persone con disabilità. Nel 2013 ho creato il Comitato “LoveGiver”, associazione ONLUS, che si occupa di formare in Italia la figura dell’O.E.A.S. (operatore all’emotività, all’affettività e alla sessualità) di cui potete legger meglio in www.lovegiver.it. Docente in corsi di formazione a educatori e familiari. Coautore di un libro (“LoveAbility, l’assistenza sessuale alle persone con disabilità” edito dalla Erikson) e ne sto scrivendo uno nuovo (questo ve lo dico in anteprima ma senza dettagli). Ho fatto anche l’attore nel film di Giovanni Coda “Mark’s diary”.

Ho una caratteristica: la C.M.T. – 1A.

Mi piace scritta così, sembra una formula magica. In realtà sono le iniziali dei 3 medici che l’hanno scoperta. È una malattia neuropatica che colpisce i nervi e per induzione i muscoli. Per essere precisi più che una malattia è un insieme di malattie. Non è neanche così aggressiva di solito. È ereditaria. Ce l’ha mia madre ma lei se la guardate neanche ve ne accorgete. Con me invece è stata particolarmente aggressiva. Si è proprio affezionata a me. Mi ha voluto plasmare come voleva.

Conoscete il gioco chiamato Shangai? Si gioca con 41 bastoncini di plastica lasciati cadere liberamente su di un tavolo, senza un senso logico. Ecco, questo sono io: un mucchio di ossa lasciate cadere sulla terra e unite senza un senso logico. Sinceramente in alcuni momenti delle mie giornate mi pare anche senza un senso pratico ma questo è altro discorso.

Ci sono dei tabù sulla sessualità nella disabilità? Premesso: voi bipedi non è che viviate così bene la sessualità. Avete molti tabù, paure, insicurezze. Sicuramente è dunque un tabù un po’ per tutti.

Quando la leghi alla disabilità le cose possono effettivamente complicarsi. Perché? Partiamo dal presupposto che il sesso è collegato al corpo. Il corpo è stereotipato e tutto ciò che si allontana da quella figura stereotipata si allontana anche dalla sessualità. Il mio corpo, ad esempio, non è proprio “standard” e quindi io sono lontano dallo stereotipo del corpo comune che è adatto alla sessualità. Quindi io sono inadatto. Questo è uno degli aspetti più problematici. Non abbiamo l’occhio per diversificare i corpi, non siamo abituati.

Sapete, nei mei primi 30 anni di vita, quando vivevo in una piccola cittadina toscana, ero tutto il contrario di adesso. Molto chiuso, impaurito. Temevo che il mio aspetto condizionasse le persone e di conseguenza il loro atteggiamento nei miei confronti. Questo condizionava anche me. Insomma, il classico cane che si morde la coda.

Ai tempi non c’era internet, quindi non c’erano le chat né tantomeno i social. Il primo impatto con le persone era lo sguardo. Il corpo. Poi dopo eventualmente il dialogo. Era dunque difficile per me conoscere nuove persone.

Con l’arrivo di internet tutto è cambiato. Perché? Perché della persona conoscevi prima i suoi pensieri e poi tutto il resto. Tra l’altro non era come adesso con i social dove tu senza chiedere vedi già molto di una persona: le foto, dunque l’aspetto. Il tipo di lavoro. Dove vive. Il suo modo di essere assecondo cosa pubblica nella sua bacheca. Hai tempi, le prime chat, non vedevi nulla. Solo un nickname. Iniziavi a scrivere, comunicare. Il tutto senza il filtro del corpo, almeno fino a quando non ci si scambiava la foto. Questo mi aiutava, mi sentivo più sciolto, più sicuro, meno legato all’aspetto fisico. Ho scoperto che se colpivi una persona alla testa, metaforicamente parlando, tutto il resto poteva essere accettato.

Per voi invece che cosa vuol dire sentirsi belli? Dipende probabilmente da cosa intendete per bello. Vogliamo utilizzare l’immagine stereotipata dei media? La pubblicità in TV, le riviste?

Oppure il bello per voi è un qualcosa di unico, di diverso dal solito?

Come diceva Proust: “un vero viaggio di scoperta non è trovare nuove terre ma avere nuovi occhi”. Magari gli occhi di un’artista. Potreste mai dire che un Michelangelo sia più bello oggettivamente di un Picasso? No. Al massimo potreste dare un apprezzamento soggettivo, ma la bellezza rimane intatta per entrambi.

Dovremmo enfatizzare le nostre distinzioni non omologarle.

Quando guardo il mio corpo lo vedo come un Picasso: non è facile da guardare, da comprendere, amare ma rimane un Picasso. Chi sa osservarlo, comprenderlo, amarlo, lo amerà perché unico, come unico è un Picasso.

Lottiamo per la diversificazione dei corpi in ogni contesto sociale e di media.

Lottiamo per la diversificazione dei corpi in ogni contesto sociale e di media.

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