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Come stanno gli oceani? Plastica, plastica ovunque.

Vortici di rifiuti, vere e proprie isole di immondizia, si stanno ammassando sul pianeta blu, che a oggi raccoglie oltre 150 milioni di tonnellate di plastica.

La flora e la fauna marina restano impigliate nei rifiuti e le microplastiche sono entrate a far parte della catena alimentare: l’impatto della plastica negli oceani sta iniziando prepotentemente a emergere. Gli scienziati hanno scoperto che le creature alla base della catena alimentare ingeriscono la plastica che galleggia sul pelo dell’acqua.

Se prosegue l’andamento attuale, stando a quanto affermato dalla Ellen Macarthur Foundation, si prevede che entro il 2050 nei mari ci sarà più plastica che pesci. Lo stesso studio afferma che vengono scaricati in mare 8 milioni di tonnellate di plastica all’anno, ovvero l’equivalente di un camion pieno di rifiuti al minuto. E se non viene fatto nulla, entro il 2030 questi camion potrebbero diventare due al minuto.

Il problema delle microplastiche

Solo di recente le microplastiche sono diventate una fonte di dibattito.

Spesso presenti nei dentifrici o negli scrub viso, queste particelle di plastica sono troppo piccole per essere filtrate dai depuratori. Quando vanno giù negli scarichi, in poco tempo raggiungono il mare. Una sola doccia fatta con un prodotto pieno di microplastiche - come alcuni doccia scrub - può far finire in mare anche 100.000 particelle.

Fino a non molto tempo fa, ogni anno nel Regno Unito venivano utilizzate 680 tonnellate di microplastiche per i prodotti cosmetici. Fortunatamente, a gennaio 2018, il governo britannico ha vietato di produrre cosmetici e prodotti per l’igiene personale contenenti piccole particelle di plastica.

In Italia bisognerà aspettare il 1° gennaio 2020, giorno dal quale sarà vietato commercializzare e produrre prodotti cosmetici da risciacquo ad azione esfoliante o detergente contenenti microplastiche. Nel frattempo, sta a noi proteggere il mare scegliendo esfolianti naturali. La plastica negli oceani è un problema di portata mondiale. Il governo del Regno Unito sta vagliando alcune proposte per allargare questo divieto anche ad altri Paesi UE. Tuttavia, in clima di Brexit, la sua voce potrebbe perdere forza.

Quando la plastica soffoca i mari

Dalla costa occidentale dell’America al Giappone si estende nell’oceano la «Grande Isola di Plastica del Pacifico», una delle tante presenti in tutto il globo. Questa grande chiazza di immondizia - un vero e proprio vortice di rifiuti - è composta di due zone piene di plastica: una è il Western Garbage Patch e l’altra l’Eastern Garbage Patch. Entrambe si formano quando l’immondizia avanza verso il centro dei vortici oceanici (correnti circolari prodotte dai venti dominanti, della rotazione del pianeta e della massa terrestre).

Le chiazze sono prevalentemente fatte di microplastiche: queste particelle un tempo erano buste di plastica, bottiglie e altri rifiuti che si sono poi disgregati sotto l’azione del sole. L’effetto è un enorme vortice di acqua sporca, una sorta di ‘zuppa di detriti’ piena di microparticelle che non si degraderanno mai. I pezzi più grandi di spazzatura galleggiano su quella poltiglia. Sotto la superficie, altra spazzatura sta ad inquinare.

Fino a poco tempo fa, non se ne conoscevano con esattezza le dimensioni. Tuttavia, grazie a recenti rilevamenti aerofotogrammetrici, sappiamo che il nucleo dell’Eastern Garbage Patch, tra le Hawaii e la California, è di circa 386.000 km² (più o meno 30 volte il Belgio).

I mammiferi che rimangono intrappolati nelle reti fantasma (reti da pesca abbandonate o disperse) annegano in mezzo alla spazzatura. Il problema comincia dagli ultimi anelli della catena alimentare: lo spesso strato di plastica, bloccando i raggi del sole, impedisce alle alghe e al plancton di produrre le sostanze nutritive.

E da lì si risale la catena. Una ricerca dell’Università del Queensland ha evidenziato che oltre il 50% delle tartarughe ha ingerito buste in plastica, scambiandole per meduse. Le tartarughe si sono proprio evolute per poter ingerire le meduse, che sono scivolose: hanno infatti in gola degli ‘aculei’ rivolti verso l’interno, per cui quando iniziano a mangiare qualcosa, non riescono più a espellerlo.

Persone impegnate nella lotta contro la plastica negli oceani

In tutto il mondo, singoli e associazioni combattono ogni giorno per pulire gli oceani.

Sea Shepherd - il movimento internazionale di azione diretta per la conservazione dell’oceano - contribuisce all’eliminazione della maggior quantità possibile di rifiuti dai mari.

Pulire, nel loro caso, va ben oltre la raccolta dei rifiuti; analizzando i dati raccolti, si può conoscere più nel dettaglio quali sono i rifiuti in plastica con il maggior impatto sull’ambiente. La loro speranza è che sia questa la chiave per spingere i governi a mettere in atto i cambiamenti necessari.

Dal 2015 Sea Shepherd collabora con 5 Gyres, un’organizzazione che combatte contro l’inquinamento da plastica setacciando il mare per raccogliere rifiuti. 5 Gyres ha scoperto una quantità incredibile di microplastiche. Il programma si è ora diffuso in tutta la flotta. Durante la campagna ‘Operation Icefish’ di Sea Shepherd, migliaia di animali sono stati liberati dalle reti da pesca, e nell’apparato digerente di merluzzi pescati illegalmente sono stati trovati numerosi pezzi di plastica.

Il portavoce Michael Beasley ha dichiarato che i consumatori hanno il potere di influenzare il cambiamento: «Diventando più consapevoli dei danni che può causare la plastica e cambiando le nostre abitudini di spesa comprando meno ‘roba’ (tutte quelle cose di cui non abbiamo realmente bisogno) e optando per alternative riutilizzabili ed eco-friendly quando veramente ci serve qualcosa, possiamo ridurre notevolmente la quantità di rifiuti nocivi che finiscono in discarica o nell’ambiente».

Il suo obiettivo è quello di raccogliere ogni giorno almeno tre rifiuti abbandonati in giro, e invita tutti a seguirlo in questo semplice gesto.

Anche l’associazione ambientalista Surfers Against Sewage si sta occupando del problema dei rifiuti in mare.

Ffion Matthews offre la sua attività di volontariato organizzando beach cleaning.

Dopo essersi innamorata del surf, si è unita al gruppo perché voleva far qualcosa per arginare il vasto problema dell’inquinamento dei mari: «essere in simbiosi con l’oceano è una sensazione incredibile, un oceano che dovrebbe essere incontaminato e purificante».

Ffion ci ha messo un anno per riuscire a eliminare la plastica dai suoi consumi, e invita tutti ad agire contro l’inquinamento che deriva dallo spreco di plastica: «Se vuoi partecipare attivamente, contatta il tuo sindaco e tutte le istituzioni locali e nazionali. Fa’ loro sapere che non sei felice di vedere tutti quei rifiuti ed esprimi la tua preoccupazione. La speranza è proprio questa: facendo sentire la nostra voce con più forza, aumentiamo le possibilità che chi ci rappresenta, sia a livello nazionale che locale, affronti concretamente questi problemi».

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