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La storia della Rigenerazione

Che cosa è esattamente la Rigenerazione? Con la celebrazione in maggio del Lush Spring Prize 2018, il nostro head buyer Simon Constantine ripercorre con noi questo tema, che è all’origine del premio, raccontandoci come il concetto di sostenibilità si è trasformato in qualcosa di molto più grande e importante.

Tutto è cominciato con una domanda. E se essere sostenibili non bastasse?

Questa è la domanda che mi sono posto appena tornato in Inghilterra da un viaggio a Sumatra, Indonesia. Lì ero stato testimone del terribile impatto delle piantagioni di palme da olio, una pianta non nativa del luogo che produce immense quantità di un olio molto redditizio, usato per far qualunque cosa, dai biscotti al carburante - un albero dei miracoli. Un miracolo, se non fosse per il fatto che piantarlo richiede di abbattere la preziosa foresta pluviale vergine.

Ho partecipato a Singapore ad una conferenza della Round Table on Sustainable Palm Oil (RSPO – la tavola rotonda sull’olio di palma sostenibile), un organismo che raggruppa aziende e organizzazioni no-profit per dibattere su come produrre olio di palma in modo sostenibile. Ne sono uscito sconvolto.

Avevo visto con i miei occhi l’impatto decisamente agghiacciante che hanno le piantagioni di palme da olio sul territorio, con quantità inconcepibili di foreste abbattute, bruciate e sostituite con filari interi di palme, su una terra ormai priva di vita. Uccelli rari come i bucerotidi, che prima cantavano dalle fronde degli alberi, erano scomparsi. Scomparsa anche la più importante biodiversità di specie di alberi sulla terra. Non c’erano più né rinoceronti selvatici né elefanti a pascolare nella giungla, e non c’era più un solo orango a saltare di ramo in ramo. Al posto di tutto questo, c’era una piantagione perfettamente “sostenibili” di un’unica coltura: la palma da olio.

Se tutto questo poteva davvero essere ritenuto “sostenibile”, allora per me è diventato chiaro che avremmo perso tutto. Così è cresciuto un seme nella mia mente.

Ovviamente, è facile prendere di mira un’industria, un paese, e un punto di vista privilegiato per dare una risposta. E praticamente subito ho sentito le risposte: “Ma lei è inglese, avete distrutto le vostre foreste per la vostra prosperità, e ora volete impedire a noi di fare la stessa cosa.” Oppure “Lei lavora per un’azienda, sa bene che non è così semplice, dobbiamo pur sempre fare dei soldi.”

Per un attimo questi commenti sono riusciti a bloccarmi. Chi ero io per giudicare le azioni e i mezzi di sostentamento di altri? O, come dice sempre mio padre (Mark Constantine, co-fondatore di Lush) “non rompere mai la ciottola di riso di un altro”. E quindi ho passato del tempo a raccogliere più informazioni e a capire meglio il quadro generale.

Non potrei dire cosa in particolare mi abbia insegnato di più. Potrebbe essere stato l’aver incontrato le persone che stanno subendo, a causa del cambiamento climatico, l’avanzata del deserto del Sahara nel nord del Ghana o nel sud Marocco. Potrebbe essere l’aver visto il disboscamento illegale nella foresta Amazonica in Perù, oppure l’aver sentito parlare dell’impatto della colonizzazione sui popoli indigeni dell’Australia e del Canada. La lista comunque continua, ed è lunga.

Poi ho incontrato un amico che ha alzato il tiro della conversazione – Paulo Mellett. È entrato nella nostra azienda attraverso una relazione di passione e amore, incontrando Ruth, che sarebbe poi diventata sua moglie. Era appena tornato da un campo di eco-guerriglieri, con un po’ di ferite di guerra. Era stato allenato da Greenpeace per scalare i depositi delle centrali a carbone.

All’apice della sua carriera di attivista, Paulo era comparso in prima pagina di un quotidiano nazionale, in piedi sul tetto del parlamento sventolando una bandiera. Aveva un carisma naturale (come potete immaginare) e una marcia in più come nessun altro.

Paulo era molto chiaro su una cosa: l’attivismo non avrebbe mai cambiato il mondo senza un fattore chiave. E citava Buckminster Fuller: “Affinché un sistema diventi obsoleto, bisogna prima costruirne un altro che lo possa sostituire”.

E dopo essersi ritirato dall’azione diretta, anziché continuare a combattere problemi si è immerso totalmente nel costruire soluzioni.

La strada che ha scelto Paulo è stata la permacultura, un movimento nato negli anni ’70, allorché nel mondo stava cominciando a nascere una coscienza ecologica. Un paio di grezzi australiani si erano messi insieme per fondere le rispettive conoscenze con quelle dei popoli nativi, la scienza moderna e l’agricoltura, e creare così quello che hanno chiamato “permanent-agriculture” (agricoltura permanente).

Da lì in poi la permacultura ha subito molte reinvenzioni, ma al cuore c’è sempre una specie di grande manuale che disegna come sfruttare a proprio vantaggio il potere e gli schemi della natura, e in quanto tale offre un modello molto più sensato dell’uso delle risorse del Pianeta. In pratica, si è trattato di un incontro fra il vecchio e il nuovo mondo: tutto quello che ci voleva era un’attenta osservazione che aiutasse a disegnare il mondo del futuro. Così me l’ha raccontata Paulo, e mi sono presto ritrovato con lui in un viaggio di scoperta – spesso mi chiamava il suo “facilitatore”.

Insieme abbiamo creato un piccolo gruzzolo di denaro con il quale scovare e finanziare chi stava cercando di creare un modo di vivere integrato con la natura, e non solo prendendo dalla natura. Era una cosa idealista e i primi anni sono stati entusiasmanti, con la creazione del Fondo Sostenibile Lush – o SLush Fund.

Tuttavia, eravamo di nuovo caduti nella trappola usando la parola “sostenibile”, mentre in realtà quello che stavamo vedendo era il ripristino, la restaurazione e la rigenerazione degli ecosistemi e dei sistemi sociali, con una maggiore prosperità per tutti. Come dice con grande eleganza Satish Kumar, ambientalista e giornalista della rivista Resurgence, si tratta di un gioco armonico tra “Suolo, Anima e Società” che s’intrecciano per creare un futuro che sembra davvero equilibrato.

Mentre insieme a Paulo continuavamo l’avventura dello SLush Fund, ho visto in prima persona che, con un uso corretto della terra, fiumi ormai quasi secchi posso tornar a vivere piantando essenze di alberi indigeni (che stabilizzano gli argini de rallentano il rilascio dell’acqua nel flusso). Ho anche visto che, piantando in modi che replicano e rispettano gli schemi naturali, scaturiscono gli stessi benefici di una foresta, con temperature e precipitazioni più regolari, e con la nascita di un substrato di base fertile e ricco di biodiversità.

Ho visto foreste che sono cibo, e cioè che producono molte più sostanze rispetto a quelle che qualunque coltivazione solitaria sotto il sole cocente potrebbe mai fornire. Ovviamente, si tratta di cose sperimentali, e non tutto quello che Paulo o io pensavamo potesse funzionare ce l’ha fatta, ma era, ed è ancora, la nostra linfa vitale – quel soffio vitale d’ispirazione che ci ha portato oltre la sostenibilità, fluttuando attraverso gli sforzi nostri e di altri, e ci ha portato più vicino al nostro fine ultimo, quello di diventare un’azienda che si occupa di rendere il mondo un posto migliore.

Purtroppo, alcuni di voi già sanno che il viaggio di Paulo è finito troppo presto, dopo aver contratto la malaria in Ghana – dove stava facendo sperimentazioni con opere in terra e costruzioni di dighe. Per nostra immensa tristezza è morto in Brasile cinque mesi dopo dalle complicanze della malattia. Tuttavia, le sue lezioni non sono state sprecate e, anche se erano idealiste, molto di quello che ha detto è diventato, e continua a diventare, realtà.

Giungere ad una società umana che non richieda la totale distruzione del mondo intorno per provvedere al proprio sostentamento è IL problema del XXI secolo. I progetti che abbiamo visto forniscono un reddito economico, mezzi di sostentamento, e un beneficio continuo sia per le persone che per gli ecosistemi in cui si sviluppano.

Quando insieme a Paulo abbiamo incontrato a San Francisco Gregory Landua, di Terra Genesis International (un team di consulenti in permacultura), ci ha detto che la parola emergente per definire questa cosa era “rigenerazione”. Questo concetto sembrava incastrarsi alla perfezione nel vuoto che avevamo trovato di fronte a noi quando ci eravamo posti la domanda “e se essere sostenibili non bastasse?”. Abbiamo quindi iniziato ad usare questa parola, anche per diffondere e allargare l’idea con tutte quelle persone che si trovavano confuse o scoraggiate di fronte al termine “permacultura”.

Da questo punto in poi, abbiamo cominciato a cercare di capire come potevamo andare oltre il supportare quella manciata di persone che avevamo incontrato, e trasporre questo concetto nell’intera struttura aziendale: volevamo fare in modo che quelle piccole foglie che eravamo riusciti a far nascere diventassero dei nodi, delle dita che ci possano aiutare a capire come agire in modo rigenerativo dovunque Lush si trovi.

Ovviamente, è un lavoro in corso d’opera. Tuttavia, proprio lo scorso anno i nostri clienti hanno comprato 100 ettari di piantagione di palme da olio a Sumatra. Ora sono state abbattute e il processo di ripristino della foresta è iniziato sul 50% del terreno, mentre l’altro 50% verrà trasformato in agroforesta, cioè in una foresta dove alberi e piante commestibili interagiranno con maggiore biodiversità per produrre cibo e creare un reddito per i contadini che, ingannati, avevano lasciato i loro villaggi e isole per trovare ricchezza nelle piantagioni da olio. Credo che questo fosse il modello che Paulo descriveva quando parlava di ripristinare gli ecosistemi dando allo stesso tempo sostentamento per le persone, per la prossima generazione e per la rigenerazione.

Essere sostenibile, sostenere, sembra suggerire una vita che continua nonostante noi e le nostre azioni. Ma “rigenerare” porta con sé uno schema di pensiero completamente nuovo. Non potrebbe la rigenerazione alludere invece ad una vita prospera grazie a noi, e nella quale ci potremmo annidare con sicurezza? Si può scegliere: spingerci sempre più fuori dagli schemi e dai limiti naturali della vita, finché, come gli astronauti dispersi alla deriva nello spazio, saremmo troppo lontani per essere salvati. Oppure c’è un’alternativa… tornare indietro sui nostri passi, ritornare dentro questi limiti, usando soluzioni equilibrate, pragmatiche, che permettano a tutte le forme di vita di prosperare.

Da qui in poi è un problema di progettualità, non di natura umana. Abbiamo creato la nostra società dalla nostra immaginazione e ingenuità. Tuttavia, questa immaginazione era malinformata e limitata nelle sue aspirazioni di conquista. Oggi abbiamo bisogno di un serio “aggiornamento di sistema” che consenta questi cambiamenti. E il mio personale parere è che la rigenerazione sia una parte essenziale di questo cambiamento.

Io immagino un mondo dove fioriscono aziende che puliscono gli oceani e i fiumi, che piantano foreste e che ci permettano di vivere in modo sano con il pianeta. Tutto il resto è nonsenso, politiche che bisogna proprio levarsi dalla testa.

È utopico? Certo. Dobbiamo lottare per arrivarci nonostante tutto? Probabilmente…. Perché, beh, e perché non dovresti?

Il Lush Spring Prize, organizzato da Lush insieme alla cooperativa Ethical Consumer Research Association, riconosce premi per circa €250.000 all’anno per finanziare e supportare in altri modi attività e progetti in tutto il mondo che lavorano per la rigenerazione sociale e ambientale.

Regeneration: illustrazione di David McMillan.

Giungere ad una società umana che non richieda la totale distruzione del mondo intorno a sé per provvedere al proprio sostentamento è IL problema del XXI secolo.

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