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Molto più di una moda: il significato storico dei capelli afro

Tutt* possiamo ambire a capelli al top. Ma prova a immaginare se anche solo le parole ‘bei capelli’ si portassero dietro una miriade di connotazioni negative che ti constringessero a farti delle domande sulla tua bellezza e, addirittura, sulla tua identità. Dietro alla storia dei capelli afro c’è molto di più dello styling protettivo e dei tipi di ricci. Al di là dell’estetica, tra memorie e contestazioni.

Sono sempre di più le persone con la pelle scura a lasciare che i loro capelli crescano in modo naturale, e il Lush Hair Lab sta lavorando a una gamma inclusiva che soddisfi i capelli afro. Abbiamo quindi deciso di andare a fondo dell’avventurosa questione nascosta dietro ai capelli afro al naturale.

Le tradizioni e la spiritualità.

Secondo le tradizioni e la spiritualità associate ai capelli nei paesi africani, le tribù usavano acconciarli (e lo fanno tuttora) per motivi che vanno ben oltre lo stile. Il modo in cui vengono annodate le trecce definisce uno status sociale: dal rango, alla religione, allo stato civile, un’acconciatura può raccontare molto sull’identità di una persona. Per realizzare questi look così elaborati possono servire ore e ore di lavoro, a volte intere giornate: questi procedimenti venivano anche utilizzati, in passato, per creare un legame con la comunità. La persona che intrecciava i capelli, lo faceva sia come servizio per la società sia come gesto rituale, senza ricevere nulla in cambio.

Non solo: si pensava che i capelli avessero un significato spirituale e grandissimi poteri. Siccome si trovano nella parte più alta del corpo, le persone pensavano che fossero il tramite utilizzato dalle divinità e dagli spiriti per raggiungere l’anima. Intrecciare i capelli era una forma d’arte, tramandata dalle donne più anziane della famiglia, e le parrucchiere venivano considerate non solo figure sagge ma anche i membri più degni di rispetto della società.

La tratta degli schiavi

Nel 1619 la tratta degli schiavi ha cambiato ogni cosa, non solo strappando la libertà a milioni di persone africane, ma anche derubandole dell’identità culturale. Viaggiare su nave per lunghi periodi di tempo faceva sì che i loro capelli diventassero crespi: gli schiavisti quindi rasavano i capelli sia alle donne che agli uomini. Questo gesto in molte tribù sarebbe stato considerato un crimine indicibile. Per disumanizzarli ulteriormente, gli schiavisti e i mercanti definivano i capelli degli schiavi ‘lana’.

Quando agli schiavi crescevano nuovamente i capelli, gli uomini e le donne adottavano un nuovo stile dettato dalla praticità, iniziando ad acconciarli per sentirsi più comodi durante il duro lavoro nelle piantagioni. Non avere gli strumenti e le erbe che di solito usavano in Africa per detergere e acconciare i capelli, si sono trovati costretti a usare ad altri prodotti, come il grasso di pancetta, il burro e il cherosene.

In poco tempo le trecce, più di una comodità, sono diventate uno strumento salvavita. E così le donne, a cui generalmente veniva concesso di spingersi più lontano rispetto agli uomini, sono diventate responsabili del mappaggio delle vie di fuga. Dato che disegnare o scrivere le indicazioni sarebbe stato troppo rischioso (e anche piuttosto complesso, con un’istruzione scarsa o pressoché nulla), hanno iniziato a ‘disegnare’ delle mappe nelle acconciature, nascondendo all’interno alcuni frammenti d’oro e dei semi per il sostentamento dopo la fuga.

I traumi psicologici

La vendita all’asta degli schiavi durante questo periodo ha anche posto l’accento sul ‘grado di bianco’ di una persona. I lineamenti ampi, i capelli ricci e la pelle scura venivano considerati poco attraenti, mentre gli schiavi con pelle più chiara o capelli meno mossi avevano un prezzo di mercato molto più elevato. Questa mentalità velenosa e profondamente dannosa ha così iniziato a radicarsi nella psiche di intere generazioni, portando anche le persone con pelle scura ad avere un rapporto complicato con la propria identità e, addirittura, con i propri capelli.

Nel ‘700, il fatto che le donne di colore libere vestissero abiti dai colori mozzafiato veniva considerato una minaccia allo status quo, perché si diceva attirassero le attenzioni dei potenziali pretendenti. Ecco che nel 1786, in Louisiana, è stata approvata una legge (la cosiddetta “Tignon Law”) per obbligare le donne nere a utilizzare delle fasce con cui nascondere i capelli. Costrette ad accettare la “Tignon Law”, si sono ribellate nell’unico modo possibile, e cioè indossando fasce per capelli di tessuti meravigliosi; il che, paradossalmente, attirava le attenzioni ancor di più.

Nonostante la schiavitù sia stata abolita nel 1865, le nuove generazioni hanno comunque continuato a essere vittime di traumi psicologici ed emozionali - come è evidente in ambito cosmetico e, nella fattispecie, nell’haircare. Nel 1872 François Marcel Grateau ha inventato un tipo particolare di pettine (chiamato «pressing comb»), successivamente brevettato come «stiracapelli» da Annie Malone. Lo stiracapelli veniva utilizzato dalle persone di colore per imitare i capelli degli occidentali. Avere dei ‘buoni capelli’ (il che significava ‘più fini e più lisci’) era diventato un requisito essenziale per aspirare a certi lavori, frequentare determinate scuole e chiese, e per essere accettati da alcuni gruppi sociali. Le donne con i capelli lisci erano considerate più adeguate e venivano accettate con più facilità da quelle con la pelle bianca. Poco dopo l’arrivo dello stiracapelli, è stata inventata la piastra, e le donne di colore hanno continuato a lisciarsi i capelli per conformarsi allo standard di bellezza di europei e statunitensi.

Il movimento per i capelli naturali

Negli anni ‘20 del ‘900 Marcus Garvey, illustre attivista per i diritti civili, ha incoraggiato i suoi seguaci a rivendicare la propria estetica naturale «eliminando i problemi - e non i capelli! - dalla testa». È solo negli anni ‘60 dello scorso secolo che la sua ideologia è stata abbracciata da personaggi come l’attivista politica americana Angela Davis; o come Cicely Tyson, un’attrice americana che ha messo a rischio la propria carriera tagliandosi i capelli stirati chimicamente poco prima del suo debutto in TV, perché voleva che il personaggio che doveva interpretare avesse capelli naturali.

Nel 1930 Ras Tafari è stato incoronato imperatore d’Etiopia con il nome di Hailé Selassié. Quando è stato condannato all’esilio per aver guidato la resistenza contro l’invasione delle truppe italiane, i guerriglieri hanno giurato che non si sarebbero tagliati i capelli fino alla sua liberazione. Col tempo, i loro capelli sono diventati più folti, con lunghi boccoli. E proprio quello stile è diventato il simbolo dei guerriglieri di Selassié, proprio perché così ‘temuti’: e così è nato il termine ‘dreadlocks’ (‘rasta’, in italiano). Il rastafarianesimo è arrivato in Giamaica nel 1935, dove Selassié veniva considerato una sorta di messia. Oggi molte persone equiparano i capelli rasta a uno stile di vita ben preciso, tuttavia non tutte le persone con questa acconciatura aderiscono necessariamente al movimento; piuttosto, esprimono la propria personalità con i capelli.

Negli anni ‘50, poi, è stato lanciato un prodotto che lisciava i capelli in modo permanente. Gli agenti chimici utilizzati per modificarne la struttura naturale e renderli lisci per sempre hanno causato irritazioni alla cute e bruciature, la perdita e il danneggiamento dei capelli. Questo era l’orribile scotto che le persone di colore dovevano pagare per la cosiddetta ‘bellezza’. Ma il cambiamento era vicino. Le parole di Marcus Garvey stavano per toccare il cuore dell’intera comunità black. Andava presa una posizione.

La rivoluzione del «potere nero»

La rivoluzione del «potere nero» (o «black power») era un gruppo che aveva l’obiettivo di cambiare il modo in cui le persone della comunità nera vedevano se stesse e il loro peso all’interno della società. Ha risvegliato l’orgoglio razziale, promuovendo gli interessi dei neri sia sul piano sociale che su quello politico. Gli afro sono diventati il simbolo del potere e dell’orgoglio black. Lisciare i capelli veniva considerato da alcuni come l’espressione esteriore del volersi omologare agli ‘altri’. E quindi, l’abbandono di questa pratica era un modo per liberarsi dei blocchi mentali riappropriandosi delle proprie radici. Gli artisti e gli attivisti neri hanno trasformato i propri capelli in una forma di espressione, e così è stato coniato «nero è bello».

Le trecce non erano più considerate motivo di vergogna, ma di festa. Così, quando Bo Derek ha fatto tanto parlar di sé con le sue treccine afro nel film ‘10’, e le è stato pure dato tutto il merito per il look - hanno iniziato a soprannominarla ‘Bo braids’ (‘Bo treccine’). Per la comunità black, è stato un duro colpo allo stomaco. Ecco un esempio di quello che significa appropriazione culturale: la rivista People ha definito il fenomeno ‘moda interculturale’, mentre lo stesso look su una persona nera sarebbe stato definito ‘da ghetto’ o, banalmente, ‘bruttino’.

Sul luogo di lavoro, le treccine, i capelli afro e i boccoli venivano malvisti e tante persone sono state licenziate solo ‘a causa’ della loro acconciatura: alcune multinazionali sostenevano che quello stile di capelli non si adattava all’immagine dell’azienda. Tuttora vediamo nella società attuale molti casi in cui i capelli dei neri vengono disciplinati, e la società continua a diffondere un’immagine negativa dei capelli afro, utilizzando termini come ‘gonfi’, ‘selvaggi’ e ‘indomabili’.

I capelli naturali: verso il 21esimo secolo

Negli anni ‘90, i ‘capelli naturali’ erano pronti a fare il loro ritorno. Questa volta, dietro al nuovo movimento, non c’era un piano specifico né alcun fine politico, ma solo persone che sceglievano in base alle loro personali ragioni. L’industria connessa ai capelli afro valeva all’incirca 88 milioni di sterline e i brand più ‘convenzionali’ - solitamente non rivolti a quel target - hanno iniziato a estendere le proprie attività per trarre vantaggio anche da quella fetta di mercato. Il movimento era focalizzato su temi di libertà, ma voleva anche essere un tributo alle lotte delle comunità black in auge negli anni ‘60.

Oggi, probabilmente, le treccine non vengono più considerate come 50-60 anni fa, ma i capelli afro continuano ad avere una valenza politica. Che tu abbia partecipato al dibattito “don’t touch my hair”, seguito a un post sull’acconciatura più appropriata di Kim Kardashian, o che stia legando con amici e familiari parlando del tuo ultimo ‘taglio’, la discussione arriverà sempre lì, creando spesso delle divergenze. La cosa fondamentale è far virare la conversazione verso ciò che conta davvero: ed ecco che conoscere a fondo la storia dei capelli afro è la base.

I capelli afro non sono solo una moda, ma il modo per rivendicare un’identità che nel corso dei secoli è stata rapita. Quindi la prossima volta che ti guarderai allo specchio con il desiderio di cambiare i tuoi capelli ‘ingestibili’, o chiederai ad amici e colleghi quanto tempo impiegano a domare le proprie chiome selvagge, o vorrai disciplinare i tuoi capelli afro per andare a un colloquio, pensaci due volte. I capelli afro - di qualunque forma - sono splendidi e affondano le radici in avvenimenti dolorosi che le persone black stanno tuttora cercando di superare.

 

Commento (1)
1 Commento

ckasangana_543685

circa 6 mesi fa

Bellissimo articolo, talmente interessante che lo farò leggere a mia figlia(mulatta)il perché deve essere orgogliosa dei suoi capelli afro
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