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Riciclare non basta a salvare il pianeta dall’inquinamento della plastica: ecco perché

La plastica sta facendo del nostro pianeta la sua dimora stabile (purtroppo). Scienziati e attivisti stanno richiedendo a gran voce che questo ‘super materiale’ venga confinato in un sistema a circuito chiuso e che la plastica ‘usa e getta’ diventi presto una triste storia del passato.

L’isola di plastica

L'isola di Henderson ha di recente fatto notizia, e non certo per buoni motivi. Infatti quest'isola incastonata a sud dell'Oceano Pacifico - nonché patrimonio mondiale UNESCO - ha la più elevata concentrazione di immondizia al mondo di cui si abbia notizia.

Gli abitanti più vicini si trovano a ben 115 km di distanza, a Pitcairn island, e sono solo 40 persone. Per trovare stabilimenti industriali o centri abitati maggiori bisogna invece fare oltre 5.000 km. Forse sulle spiagge dell’isola di Henderson l’uomo non lascia l’impronta dei suoi passi, ma i segni degli umani sono disseminati su tutta l’isola: 17,6 tonnellate di detriti venuti da molto lontano e che il mare ha depositato a riva.

Una spedizione del 2015 condotta dall’Università della Tasmania e dalla RSPB - un’organizzazione benefica per la protezione degli uccelli - ha trovato all’incirca 38 milioni di pezzi di plastica sulle spiagge dell’isola, di cui il 68% sepolto sotto la sabbia. E se già questi dati sono allarmanti, gli scienziati affermano che il problema rifiuti è comunque stato sottostimato: infatti le ricerche non hanno considerato oggetti sepolti oltre i 10 cm sotto terra. Non è neppure stato possibile includere le particelle più piccole, note come microplastiche e nanoplastiche.

La gran parte dei rifiuti è stata portata a riva dal vicino Grande vortice del Sud Pacifico. Ma cos’è un vortice? È il punto in cui - a causa delle correnti circolari prodotte dai venti dominanti, della rotazione del pianeta e della massa terrestre - si accumula la spazzatura presente nell’oceano, fino a formare un’immensa isola galleggiante di rifiuti. Gli scienziati affermano che Henderson e altre isole simili fungono ormai da contenitori dei rifiuti di tutto il mondo.

Ogni giorno, da qualche parte, tra i 3.000 e i 13.000 detriti di vario tipo vengono trascinati nella spiaggia a nord dell’isola. Dozzine di ciucci, pedali di biciclette, lenze da pesca e secchielli vanno tutti assieme a comporre un paesaggio lugubre e desolato. Un’enorme cima lunga vari metri, probabilmente di una nave cargo, si sta piano piano disintegrando disseminando di verde la sabbia circostante. Nemmeno questa è stata contata nei dati della ricerca: troppo grossa per essere analizzata.

Centinaia di paguri si ritrovano ad usare vasetti e bottiglie come casa da quando il loro habitat naturale è diventato una distesa di plastica trasportata dal mare, fino in mezzo alla foresta. Le tartarughe verdi rimangono impigliate tra fili e reti di plastica e il tappeto di rifiuti che ricopre la spiaggia sta impedendo alle femmine di deporre le uova in quella che è l’unica area di nidificazione che si conosca nell’intero arcipelago.

La capo ricercatrice Jennifer Lavers afferma che alcune parti della spiaggia sono più plastica che sabbia. Dopo aver visto la quantità di rifiuti spiaggiati su un’isola così lontana dalla vita umana, dice: «Questa è la dimostrazione di quanto anche gli angoli più remoti dell’oceano siano connessi ai nostri centri metropolitani».

Rubbish on Henderson Island - photographer Jennifer Lavers
Crab in plastic pot on Henderson Island - photographer Jennifer Lavers

Jennifer ha portato l’Isola di Henderson all’attenzione mondiale per evidenziare la portata enorme che ha ormai raggiunto il problema plastica. Una pulizia dell’isola non solo non è fattibile, ma sarebbe in ogni caso solo una soluzione superficiale - spiega -, perché altri rifiuti continuerebbero ad arrivare rimpiazzando quelli rimossi. Piuttosto, la risposta - dicono gli scienziati - è quella di ripensare completamente il ruolo della plastica nei nostri modelli di consumo.

«Dobbiamo fermarci un secondo, riflettere su noi stessi, e cercare di capire finalmente che la soluzione non è certo quella di pulire un paio di volte una remota isola tropicale, ma deve invece partire da qui: è nelle nostre città che dobbiamo chiudere i rubinetti e disintossicarci dalla nostra dipendenza da plastica, a prescindere da quanto possa essere difficile».

Un paradiso perduto

Tuvalu era un’isola paradisiaca del Sud Pacifico. Tuttavia, dopo aver conquistato l’indipendenza nel 1978, l’isola ha cominciato ad importare dall’estero ritrovandosi presto invasa da avanzi di packaging: cumuli di rifiuti ovunque.

A causa della mancanza di infrastrutture per gestire i rifiuti, sono stati destinati alle “cave di prestito” dell’isola, che occupano l’8% del suolo. Queste cave sono risalgono alla Seconda Guerra Mondiale, quando si estraeva il corallo con cui costruire le piste di atterraggio per gli alleati. Per supportare l’aumento della popolazione sull’isola, le case venivano costruite in mezzo alla spazzatura.

I produttori del documentario A Plastic Ocean sono andati fino a Tuvalu per vedere l’impatto che le cave di prestito piene di rifiuti avevano sulle vite dell’uomo. Hanno incontrato Marao Apisai, che da 25 anni viveva all’interno di una delle cave - da tutta la vita insomma. Ha parlato delle malattie che colpiscono i residenti e della difficoltà che alcuni di loro hanno avuto nel concepimento. Le persone allevavano il bestiame in mezzo all’immondizia e bruciavano alcuni rifiuti, respirando fumi tossici.

In quanto parte di un programma di aiuti nel Pacifico, il governo della Nuova Zelanda ha commissionato il Tuvalu Borrow Pit Reclamation Project, con l’obiettivo di riempire le cave di prestito e riportare l’ambiente a condizioni abitabili, migliorando così la salute pubblica della comunità.

Per riempire le cave sono stati presi da una laguna locale oltre 250.000 m³ di sabbia. I rifiuti provenienti dalle cave rigenerate sono invece stati trasferiti in un’unica ampia cava a nord dell’isola. I lavori sono stati ufficialmente completati nell’aprile del 2016.

Stando a quanto affermato dal Calibre Consulting, il team che ha messo in atto il progetto, già si possono vedere gli effetti positivi. Più terre disponibili, uomini e animali possono stare in aree separate, e maggiori possibilità di partecipare ad attività ricreative (ora, di sera e nei weekend si gioca regolarmente a pallavolo).

Andrew Ioatana del Funafuti Falekaupule, il Consiglio dei Capi di Tuvalu, ha detto in una lettera indirizzata a quelli coinvolti nei lavori: «Il progetto verrà conservato dalla comunità come il bene più prezioso, per tutta la vita. Non siamo in grado di esprimere a parole la nostra gratitudine per un aiuto così grande».

Ma anche se Tuvalu è stata rigenerata e riportata all’isola paradisiaca di un tempo, la spada di Damocle dei nuovi rifiuti in arrivo continua a incombere. Per la posizione dell’isola, esportare i rifiuti riciclabili è molto costoso, e sull’isola c’è pochissimo spazio per la spazzatura.

Peter Ollivier, il responsabile dell’operazione, sostiene che il progetto delle cave di prestito non riguardava affatto il problema dei rifiuti, ma che è stato sviluppato per migliorare la salute e le condizioni di vita, oltre a donare alla poca terra una funzione sociale facendo in modo che la comunità possa beneficiarne.

La questione dell’eccesso di rifiuti a Tuvalu non è un problema isolato e, stando al nuovo report della Plastic Oceans Foundation - un’associazione impegnata in campagne di sensibilizzazione - e della Brunel University, l’80%-90% dei rifiuti non viene raccolto o smaltito in modo sicuro in alcune delle comunità più povere del mondo.

Il cerchio si chiude

I rifiuti responsabili delle devastazione di queste isole fanno parte di un’economia lineare, in cui gli oggetti in plastica vengono semplicemente fatti, usati e buttati via. Tuttavia, c’è un modo molto più sostenibile per far coesistere la plastica e il pianeta in pace. In un’economia circolare, la plastica viene tenuta in uso il più a lungo possibile, con conseguente riduzione dei rifiuti. Riparare, riutilizzare, dare nuova destinazione e riciclare le risorse sono i punti-chiave per mantenere un ciclo di vita circolare della plastica.

Si stanno facendo passi significativi verso un’economia circolare nel Regno Unito, stando all’ultimo

report di Wrap, un’organizzazione che si sta battendo per un mondo che utilizzi le risorse in modo sostenibile. Il riciclo di bottiglie di plastica è aumentato, la raccolta mista dei materiali riciclabili sta prendendo piede, e i produttori hanno iniziato a usare plastica più leggera. Ma non è abbastanza, e una notevole quantità di materiale non può essere riciclata.

Anche per la plastica che finisce nella raccolta differenziata, l’aspettativa di vita è limitata. Dopo esser stata riciclata due o tre volte, la plastica diventa di qualità così scarsa da non poter più essere usata.

Plastica senza confini

L’oceano viene invaso da 8.000.000 di tonnellate di plastica all’anno, di cui l’80% proviene dalla terraferma. Stando a un report della Plastic Oceans Foundation e della Brunel University, i quattro paesi che riversano in mare la maggiore quantità di rifiuti sono la Cina, l’Indonesia, le Filippine e il Vietnam, dove le infrastrutture per la gestione dei rifiuti sono poche, e quindi le eccedenze finiscono spesso nell’oceano. Una gran parte di questi rifiuti proviene da produzioni d’oltreoceano.

In più, i rifiuti sono un grande business. Nel 2015 il Regno Unito ha esportato 791.000 tonnellate di plastica da riciclare, principalmente verso la Cina, dove si possono fare soldi dalla lavorazione dei materiali e rivendendoli. E se in Asia molti rifiuti finiscono nell’oceano, devono prima essere stati buttati via nel Regno Unito, in Europa o negli Stati Uniti.

Nel tentativo di gestire l’eccesso di rifiuti che non possono essere riciclati, la Cina ha lanciato nel 2012 l’Operation Green Fence, fissando dei limiti alle sue importazioni di rifiuti. Alcuni esperti dicono che questo ha costretto i paesi da cui provengono a fare più attenzione ai rifiuti che producono. Ora la Cina ha annunciato che non accetterà più materiali di riciclo dall’estero: che impatto questo avrà, è ancora tutto da vedere.

Nel 2015 il pacchetto di misure della Commissione Europea sull'economia circolare ha fissato come obiettivo che, entro il 2025, il 55% degli imballaggi in plastica dovranno essere riutilizzabili o riciclabili. Ma riciclare, è abbastanza?

Jennifer Lavers, la scienziata a capo della spedizione sull’Isola di Henderson, lancia un appello a tutti i consumatori: «Non startene seduto aspettando che il governo approvi nuove leggi, non stare a sperare che il tuo vicino di casa inizi a fare la differenziata. Vai lì fuori e fai qualcosa. Comincia a dare il buon esempio: lancia a te stesso e alla tua famiglia la sfida di trovare alternative alla plastica, un passo alla volta».

I governi di tutto il mondo stanno forse facendo dei passi avanti nell’affrontare il problema della plastica, ma ridefinire il nostro rapporto con questo materiale implica un notevole cambio di mentalità a livello culturale. Quindi sarà cruciale il ruolo di ogni singolo individuo per mettere in atto e sostenere questo cambiamento, che riguarda i modi in cui utilizziamo e smaltiamo la plastica.

Fotografia dell’isola di Henderson per gentile concessione di Jennifer Lavers.

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circa 2 anni fa

Fa male sapere che ci sia ancora tanta disinformazione e disattenzione riguardo queste tematiche, ma per fortuna i tempi stanno cambiando e sono sempre di più le persone dalla nostra parte! Mai abbattersi!
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