IN PRIMO PIANO

Soapbox: Il progetto della colza di Minamisoma

Sono un coltivatore di riso in Minamisoma, Fukushima.

Mi sono avvicinato all’agricoltura biologica 18 anni fa e da allora mi sono dedicato alla coltivazione del riso e al rapporto con l’ambiente. Tuttavia, il disastro nucleare di Fukushima Daiichi ha cambiato per sempre la vita di noi coltivatori di riso. Come risultato delle radiazioni, il suolo della zona è stato contaminato rendendo impossibile il prosieguo delle attività agricole.

La zona in cui vivo, nel distretto di Ota in Haramachi, è situata a circa 20km dalla centrale e la maggioranza delle aziende agricole di riso nell’area sono ora abbandonate. Tutto il riso cresciuto in Fukushima è sottoposto a controlli sui livelli di radioattività e spedito soltanto se ne viene accertata la sicurezza, eppure a dispetto di questo, non siamo riusciti più a venderlo.

Man mano che le vendite diminuivano, iniziavamo sempre di più a scoraggiarci. Nonostante il risarcimento ricevuto dalla Tokyo Electric Power Company, ci sono agricoltori che hanno completamente abbandonato l’attività agricola perché non riescono a trovare il modo di far crescere nuovamente il riso.

Date queste circostanze, è difficile per noi immaginare un futuro definito.
Con la speranza di rigenerare i terreni agricoli e riavviare l’agricoltura, abbiamo avviato un progetto di coltivazione della colza. La proprietà principale del fiore di colza è quella di rimuovere alcuni materiali radioattivi dal suolo lasciando incontaminati i semi da cui viene estratto l’olio. Quest’ultimo può quindi essere usato in tutta sicurezza come olio da cucina, nei cosmetici o come biocarburante.

L’idea di produrre olio di colza nasce circa 3 mesi dopo il disastro. Grazie ad un professore che mi aveva aiutato in passato quando mi sono avvicinato all’agricoltura biologica, sono stato invitato a visitare un centro di ricerca a Tochigi dove ho scoperto che la colza è stata già usata in precedenza per decontaminare le aree dell’Ucraina colpite dal disastro di Chernobyl. Gli studi hanno dimostrato che i fiori di alcune piante oleaginose come il girasole, la soia e la colza, hanno la capacità di rimuovere dal suolo alcuni radioisotopi, tra cui il cesio radioattivo. Essendo solubile in acqua, il cesio viene assorbito dalla pianta mentre l’olio che si ottiene dalla spremitura dei semi risulta incontaminato.

Al mio ritorno a Minamisoma in autunno, ho cominciato la coltivazione delle piante di colza. Non avevo idea di come andasse estratto successivamente l’olio ma quando, dopo molti tentativi, ci sono finalmente riuscito, l’olio ottenuto era di un bel colore chiaro, trasparente. Questo ha riacceso in me la speranza e finalmente infuso un senso di felicità sfrenata.

Un’altra cosa preziosa che ho imparato da questo progetto è la forza che può avere la connessione tra le persone. Dopo il disastro le strade erano deserte e la gente non usciva più di casa: in questo tipo di contesto, il proprio punto di vista comincia a restringersi e presto ci si ritrova rinchiusi in se stessi. Tuttavia, a Tochigi, l’incontro e il dialogo con altri agricoltori biologici nella stessa condizione mi ha aiutato ad aprirmi nuovamente.

Il disastro nucleare di Chernobyl avvenuto nel 1986 ha contaminato una vasta area. L’incontro con il professor Kawada, che ha raccolto la sfida della rigenerazione agricola in Ucraina, mi ha dato ulteriore forza per portare avanti il mio progetto. Quello che non sono riuscito a fare da solo, l’ha reso possibile il dialogo con le persone e la possibilità di apprendere dalle loro conoscenze: finalmente ho cominciato a guardare al futuro con un preciso obiettivo.

Nel 2014 ho avuto la possibilità di visitare Chernobyl. Malgrado non ci si potesse avvicinare ad una distanza minore di 30km dalla centrale nucleare e la situazione risultasse sconvolgente, qui le persone si adoperavano laboriosamente per migliorare la propria terra e ripulirla dalla devastazione.
Durante la visita ad un grande terreno, condotta da un agricoltore che aveva studiato con un docente della Zhytomyr National University Of Agricolture and Ecology, ho percepito a pieno la forza della terra il che ha riacceso in me nuovi stimoli. La popolazione locale mangiava i prodotti coltivati nella zona, accuratamente sottoposti a controlli: nonostante niente fosse uguale a prima del disastro nucleare, il fatto che le persone fossero comunque in grado di vivere una vita normale era stupefacente.

C’è da dire tuttavia che la maggior parte delle persone che vivevano nell’area erano anziane e non c’erano molti giovani. Lo stesso stava accadendo in Minamisoma: le nuove generazioni con bambini non sarebbero più tornate una volta ricreata la propria vita altrove e un esempio ne è stata la scuola elementare locale che contava una volta 136 bambini e ora ne ha 53. Preservare la comunità si stava rivelando sempre più difficile.

Ma come si fa per rigenerare una comunità? In primo luogo bisogna guardare in faccia la realtà, e da lì valutare quello che si è in grado di fare. Per me la cosa più importante è prevenire ogni ulteriore devastazione della terra e trovare nuove soluzioni pratiche per andare avanti. Una di queste è il progetto dell’olio di colza.

Il nostro olio di colza ha debuttato nel settembre del 2014 con il nome di Yuna-chan grazie all’aiuto degli studenti delle scuole superiori locali che hanno contribuito al progetto supportandone le attività di branding. Yuna-chan risulta un olio da cucina di alta resa perfetto per fritture di qualità. Considerando che in Giappone attualmente più del 90% degli oli da cucina è d’importazione, la produzione di un olio non-OGM realizzato in loco è di enorme rilievo. Chiaramente per noi la sicurezza è al primo posto: i controlli vengono condotti con strumenti molto precisi in grado di rilevare la minima traccia di contaminazione, assicurandone l’affidabilità.

Il passo successivo è quello di incrementare la nostra produzione. Dal momento che la coltivazione di colza avviene su terreni precedentemente dedicati alle piantagioni di riso, la necessità è quella di creare condizioni appropriate. Il drenaggio dell’acqua risulta la difficoltà principale seguita da altre questioni sulle quali bisogna ancora lavorare molto come gli impianti di allevamento, le attrezzature e le risorse umane. Ciò che conta di più, tuttavia, rimane la relazione tra le persone. Voglio coinvolgere i giovani e fare da ponte tra le varie generazioni favorendo una struttura di dialogo e collaborazione. La bellezza dell’agricoltura sta proprio nel suo stretto legame con la natura, per quanto sia difficile da percepire nella società di oggi. Il mio obiettivo è quello di comunicarla per mezzo del settore alimentare ed energetico, per cui l’olio di colza si presta perfettamente. Con il lancio del sapone all’olio di colza di Lush in Giappone, poi, sento che abbiamo colto una grandiosa opportunità di comunicare la bellezza del settore agricolo andando al di là dell’industria alimentare.

Piano piano avanziamo verso il futuro con l’obiettivo di arrivare a produrre biocarburanti con il nostro olio in modo che l’energia richiesta per la sua produzione possa essere sostenuta a sua volta senza gravare ulteriormente sull’ambiente.
Credo fermamente che un tale sistema sia in grado di apportare un grande miglioramento e rigenerare la nostra comunità.

Scritto da Mr.Kiyoshige Sugiuchi, agricoltore e direttore del Minamisoma Agricolture Regeneration Council

La libertà di parola è un diritto che vale la pena conservare. Ogni mese mettiamo a disposizione lo spazio di Soapbox a chiunque voglia contribuire con la sua visione del mondo.

Ciò che conta di più, tuttavia, rimane la relazione tra le persone. Voglio coinvolgere i giovani e fare da ponte tra le varie generazioni favorendo una struttura di dialogo e collaborazione.

Commenti (0)
0 Commenti