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Soapbox: Vivere su un’isola… di plastica. No grazie!

Se la plastica è probabilmente ‘l’inquilino indesiderato’ più invasivo e temibile dei nostri mari (basti pensare ai milioni di pesci, uccelli, mammiferi cetacei che ogni anno muoiono a causa della plastica) si trova comunque in ‘buona’ compagnia: manufatti di metallo, copertoni, vetroresina, lattine, bottiglie, motori di barche, auto e motoveicoli, sott’acqua si trova veramente di tutto...una sorta di mercatino dell’usato e buttato via, proprio come fosse una vecchia discarica.

Già da qualche anno, all’Isola del Giglio, Gianmaria Vettore e la sua compagna Claudia Di Giuseppe, insieme fondatori dell’associazione Underwater Pro Tour APS, hanno aderito alle campagne per la pulizia dei fondali organizzate da persone e associazioni che, come loro, hanno a cuore la salute del mare. 

“Le operazioni di pulizia dei fondali, presentano di solito due criticità – spiega Claudia – la prima è creare una sinergia e organizzare la giornata unendo le forze con le altre realtà dell’isola, come la Capitaneria di Porto, i pescatori e possibilmente associazioni ambientaliste e aziende adibite allo smaltimento dei rifiuti. La seconda è il riuscire a percorrere lunghe distanze e quindi a rilevare quantità maggiori di rifiuti ingombranti. Lo scorso anno ci è stato prestato uno scooter subacqueo e ci siamo resi conto di come le operazioni di rilevamento degli ingombranti presenti siano state effettuate con una maggior velocità, favorendo quindi il recupero di molti più rifiuti. In alcuni casi siamo anche riusciti a trasportare noi stessi rifiuti di dimensioni contenute, e a portarli in superficie, cosa che senza uno scooter sarebbe stata impensabile”.

Rifiuti e reti fantasma

“La crescente diffusione di rifiuti prodotti delle attività dell’uomo è causa di minaccia alla vitalità ed alla biodiversità delle comunità sottomarine. Recentemente è stato evidenziato come aree lontane da costa, o che si pensavano prive di disturbi antropici, siano drammaticamente interessate dall’accumulo di rifiuti di origine umana, specialmente di materiale plastico. Dalle fosse oceaniche allo stretto di Messina, così come molti paradisi tropicali non sono purtroppo esclusi da questo preoccupante fenomeno. Laddove sono frequenti le attività di pesca, inoltre, i rifiuti sono spesso accompagnati da attrezzi da pesca (reti e lenze) persi o incagliati dai pescatori sul fondale. Questo materiale continua a catturare organismi e soffoca le alghe e i coralli presenti sui fondali”, spiega il Dott. Edoardo Casoli.
                  
Il problema delle reti fantasma è di duplice portata: da una parte, come sottolineato dal Dott. Casoli, creano un danno enorme ed un’alterazione dell’ecosistema marino, a causa delle micro particelle di polimeri di cui sono composte, che, a causa dello sfregamento e della permanenza sui fondali, si frammentano e si disperdono in mare. D’altro canto, le reti fantasma, così come altre attrezzature da pesca, sempre in materiale essenzialmente plastico, vanno a depositarsi sui fondali, creando un duplice danno perché la parte che non si deposita ma fluttua nel mare, continua a pescare pesce di passaggio che inevitabilmente morirà lentamente, intrappolato, ma quella che invece si depositerà sul fondale, creerà una sorta di copertura al substrato naturale, impedendo il movimento e di fatto la vita a tutti quegli organismi che vivono ancorati al fondale o si muovono su di esso.

La mappa del tesoro

Attraverso l’iniziativa Underwater Pro Tour ci si è ripromessi di dare un contributo per comprendere al meglio alcune delle problematiche che affliggono gli habitat marini mediterranei. 

Si tratta di un’attività volta a capire quanto l’uomo sia capace di “maltrattare” l’ambiente marino, pur in una località remota e scarsamente popolata come l’Isola del Giglio, dove i magnifici fondali sono molto ricchi di biodiversità. L’idea di base di Gianmaria Vettore, dalla cui esperienza sul campo come titolare di un diving è nato il progetto, è di effettuare osservazioni e rilevazioni utilizzando scooter subacquei intorno a tutta l’isola, così da non lasciar fuori nemmeno un angolo di mare: mai prima d’ora si era avuta la possibilità di estendere ricerche e interventi su una scala così vasta. Sarà come un check-up completo che permetterà di valutare la situazione nel suo complesso. Questo progetto viene svolto in collaborazione con il laboratorio di Biologia ed Ecologia Marina dell’Università degli Studi di Roma Sapienza, che offrirà supporto scientifico.

Da qui la necessità di effettuare una mappatura dettagliata della distribuzione dei rifiuti e degli attrezzi da pesca persi o (mal)intenzionalmente gettati nelle acque dell’isola del Giglio, per organizzare futuri eventi di pulizia mirati e sensibilizzare turisti, pescatori e comunità locale sul tema della dispersione dei rifiuti in mare e le sue conseguenze. 

“Durante le nostre immersioni spesso ci imbattiamo in reti abbandonate, lenze o rifiuti di altro genere; ora abbiamo deciso di prendere un ruolo più attivo, non osservare e basta, ma fare un inventario di ciò che c’è ma non dovrebbe esserci! - continua ancora Gianmaria - d’intesa con i ricercatori, si è organizzato il lavoro in modo da procedere per gradi, perché prima di rimuovere il materiale è necessario localizzare e identificare i punti di maggior accumulo. Un inventario completo sarà possibile solo immergendosi circumnavigando l’isola, cosa che si cercherà di fare utilizzando scooter subacquei”. 

Non essendo possibile procedere direttamente alla rimozione del materiale, cosa che sarebbe controproducente e limitante, rischiando di concentrarsi su zone meno impattate e compromettendo l’efficacia delle azioni, i subacquei percorreranno il periplo subacqueo dell’isola dividendolo in più tappe nell’arco di due anni. Le squadre di subacquei all’opera saranno due: una, dotata di scooter, percorrerà le singole tappe, l’altra, si immergerà per recuperare i mezzi di segnalazione di rifiuti lasciati dalla prima squadra. In questo modo, rilevando le coordinate gps dei segnalatori, sarà possibile trasmettere i dati agli enti competenti che si occuperanno, in una seconda fase, di organizzare le operazioni di recupero.

Le prime tre tappe, che si sono già svolte tra maggio e inizio luglio, hanno permesso di rilevare in un tratto di fondali percorsi di circa 6,8km, ben 20 punti importanti: parti di relitti di barche, matasse di cavi, tubi in ferro, filaccioni da pesca, manufatti di dubbia origine, un televisore lcd, batterie elettriche per autotrazione, materassi e reti fantasma. Soprattutto queste ultime sono in quantità ragguardevoli e in alcuni casi non si tratta di piccole parti, ma di reti lunghe anche più di 200m: una vera e propria bomba biologica. Alcune reti e altri rifiuti sono già stati recuperati (una reta l’abbiamo tirata su a mano!) mentre per il futuro ci stiamo organizzando in sinergia con la Capitaneria di Porto e le associazioni ambientaliste, con l’aiuto dei pescatori e interessando le istituzioni (sperando in un riscontro) per il recupero soprattutto delle reti più importanti e dannose.

Una zuppa mediterranea 

Nel corso delle immersioni, ci si imbatte spesso in piccoli oggetti di plastica, bottiglie, bicchieri, contenitori di saponi di diverso tipo. Sono tutti oggetti che riusciamo a recuperare direttamente, dotandoci di una retina. Se non recuperati, anche questi oggetti di uso domestico, sfaldandosi in pezzi più piccoli, andranno ad aumentare la già enorme quantità di microplastica e nanoplastica che in parte finirà poi inevitabilmente nello stomaco di molti pesci - e quindi sulle nostre tavole. È ormai nota a tutti l’esistenza di gigantesche isole di plastica che galleggiano sugli oceani, ma pochi sanno che le nostre coste sono bagnate dalla “Mediterranean soup”, una micidiale zuppa mediterranea cui ingrediente principale è proprio la microplastica derivante dallo sgretolamento degli oggetti che finiscono in mare o nei fiumi. È stato infatti appurato che il 92% della plastica presente nel Mediterraneo è composta da frammenti più piccoli di 5 millimetri. E il punto peggiore si concentra proprio tra la Corsica e la Toscana, dove gli studi hanno individuato la presenza di circa 10 chili di micoplastiche per ogni chilometro quadrato. 

Ecco perché, grandi o piccoli, è fondamentale che ognuno di noi contribuisca a rimuovere dalle spiagge tutti gli oggetti che vi finiscono per incuria dell’uomo. Quella è solo la parte visibile, quella che si trova sotto gli occhi di tutti e che tutti possono raccogliere. Molte cose, invece, vengono gettate sul fondo di quella grande discarica naturale che purtroppo è diventata il nostro mare, in modo che non sia visibile, proprio come la famigerata polvere nascosta sotto al tappeto. Occhio non vede…

Ma noi subacquei, la vediamo, la plastica, e abbiamo deciso di intervenire e spazzarla via.

Underwater Pro Tour
12 luglio 2021
www.underwaterprotour.com

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